Amici della Tanaria
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NOVELLE

 

IL RAGAZZO CHE NON SCESE A PATTI

C’era una volta un ragazzo che con le sue lunghe gambe aveva velocemente
raggiunto il posto di frontiera.

“Qui si paga” disse il gabelliere.

“Che cosa offri?” “Successo, denaro, piaceri, potere.”

“Qual è il prezzo?” “Compromessi, ingiustizie, tradimenti, disillusioni.”

“Non ci sto!” disse il ragazzo; e con un balzo gioioso tornò indietro.

Quem did diligunt adulescens moritur.
(Chi è amato dagli Dei muore giovane).

 

 

 

 

IL SUONATORE BISBETICO

C’era una volta un’orchestra di 16 suonatori che si chiamavano: B, C, D, F, G, H, L, M, N, P, Q, R, S, T, V, Z. Essi accompagnavano a turno cinque brave cantanti: A, E, I, O, U. Qualche volta l’orchestra andava a lavorare all’estero e allora le si univano altri suonatori cantanti, che si chiamavano K, W, X , Y: ma di questi parleremo un’altra volta.


Tra i suonatori ce n’era uno, C, che era molto abile, ma aveva un brutto carattere. Quando accompagnava E o I, che gli erano simpatiche, faceva dei suoni dolci come il canto di un usignolo: ce, ci.
Se invece doveva suonare con  A, O, oppure U diventava nervoso e faceva dei suoni duri: ca, co, cu.
Il signor C aveva una sorella che si chiamava H e non sapeva né suonare né cantare; per fargli dispetto ogni tanto si intrometteva fra lui e le sue amate cantanti I e E; allora il signor C si arrabbiava e faceva dei suoni duri: chi, che!
Egli aveva anche un fratello gemello che si chiamava come lui e faceva le stesse cose, così quando erano insieme suonavano più forte: cci, cce, cca, cco, ccu, cchi, cche.


Il signor C aveva un fratello più giovane che si chiamava G e copiava tutto quello che faceva lui; così quando accompagnava A, O, U faceva dei suoni duri: ga, go, gu. Ma quando suonava con I ed E, se non c’era tra i piedi la sorella H, faceva GE,GI, così dolcemente che sembrava la voce dei nipotini quando chiamano nonna Gegina…

 

 

RICEVO E MOLTO VOLENTIERI PUBBLICO UNA LEGGENDA DI ORMEA. ME LA INVIA EZIO MICHELIS, PRESIDENTE DEL CAI. DEDICO QUESTO RACCONTO A TUTTA LA VAL TANARO E LA TANARIA IN QUESTO MOMENTO PARTICOLARE.

 

La leggenda di Pè Culbea che era partito per prendere la Luna e la Luna prese lui...
Pè Culbea l’era paltì pel pioa a lüna e a lüna a s’l a pià
(un personaggio della tradizione ormeasca)

 

Questa è una leggenda ormeasca, che i nonni raccontavano ai nipotini quando in cielo appariva il faccione ridente della luna piena. È la leggenda di un personaggio, chiamato Pè Culbea (Pietro il cestaio), che viveva nella frazione di Chioraira e dedicava molto del suo tempo a preparare ceste (colbe), da cui gli derivava il soprannome, di tutti i tipi e dimensioni. Era appassionato del suo lavoro e si occupava personalmente di tagliare i rami che gli offrivano la materia prima. Era un uomo di poche parole e solitario, era magro ma robusto, il volto, sempre abbronzato, era scavato e spigoloso, sembrava intagliato in un legno scuro dal suo coltello affilato senza poi la lisciatura finale con la raspa e la carta a vetro. Con il passare del tempo aveva iniziato a coltivare una grande passione: era attirato dalla rotondità e dalla luminosità della Luna, tanto che nel plenilunio sedeva sul gradino in pietra della sua casa e scrutava il suo apparire dal profilo scuro del Monte Armetta. Rimaneva poi incantato ad osservarla mentre saliva sempre più alta nel cielo. Un bel giorno decise che al prossimo plenilunio sarebbe salito sulla montagna per catturare la Luna. Era stata una decisione maturata nel tempo, ma finalmente l’aveva presa, ora si sentiva più rilassato. Man mano che i giorni passavano e si avvicinava l’appuntamento, la calma si trasformava in tensione, come succede ai bambini durante l’attesa dei regali di Gesù Bambino. Ora Pè Culbea tutte le sere dedicava un po’ di tempo ad osservare la Luna che notte dopo notte cresceva in dimensione. Quel tempo passato a scrutare il cielo gli facevano diventare sempre più famigliare quel disco luminoso, si ritrovò persino a parlarle come se si fosse creata una relazione affettiva. Finalmente giunse il giorno tanto atteso, la giornata di settembre era splendida e calda. A pranzo non era riuscito a mangiare molto, la tensione per il grande appuntamento gli chiudeva la bocca dello stomaco. Si alzò da tavola, riassettò le poche stoviglie usate, indossò la giacca di velluto ormai logora per il continuo uso, mise in testa il cappello nero con le ampie tese. Poi entrò nella vecchia stalla che aveva trasformato in laboratorio e scelse una grossa gerla. L’aveva costruita proprio per quella occasione e ne aveva curato i dettagli più di ogni altra volta. Aveva scelto con cura le asticelle di legno, aveva cercato le più flessibili e robuste; le aveva intrecciate con rara maestria. Posò all’interno una manciata di paglia, per renderne morbido il fondo, ed una corda per impedire alla malcapitata Luna di fuggire dopo la cattura.